Open Cori ha deciso di raccontarsi così, e vi sveliamo i nostri strumenti, perché crediamo che la conoscenza, o è di una comunità, di una pluralità di persone, oppure conoscenza non è, così come ogni cambiamento, o è un percorso di un insieme, di una comunità, oppure è un impossibile cambiamento.

La settimana passata è stata carica di avvenimenti, di incontri, di sconfitte organizzative, di sorprese inaspettate: abbiamo pensato di restituirvela, aperti al vostro ascolto, e alla possibilità di incontrare diverse e nuove narrazioni.

La nostra incompiutezza è possibilità di relazioni, di nuovi incontri, di innovazione: c’è sempre un inaudito da sentire, che apre nuove strade, nuove possibilità.

Crediamo che sia così, anche e soprattutto, per i servizi alle persone più fragili, siano servizi sociali o servizi alla salute.

Non possiamo permetterci di lasciare indietro chi non ce la fa, ne cancelleremmo l’esistenza dalla storia, ma non potremmo cancellarne la traccia della sofferenza, indelebile anche alla nostra indifferenza.

Graffio, strappo, taglio, cicatrice: ricordano ai più una sconfitta, un sostare a lungo in un trauma.

Ma c’è, da una cultura millenaria, un’antica arte di rimettere insieme i cocci, di rinsaldare ciò che appariva scarto, di rendere preziosa la “cosa persa”.

L’arte del kintsugi prescrive l’uso di un metallo prezioso, oro o argento liquido o amalgama di polvere d’oro, per riunire i pezzi di un oggetto di ceramica rotto, esaltandone le rotture.

Abbracciare il danno, non vergognarsi delle ferite, è la delicata lezione simbolica suggerita dall’antica arte giapponese del kintsugi: una lezione che vale per una vita, una lezione che vale per una comunità ferita o un territorio deprivato.

E’ la sfida a cui siamo chiamati oggi: adelante!